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Il Memoriale Brion, l’opera di Carlo Scarpa, protagonista del film L’ultima opera di Carlo Scarpa, il Memoriale Brion, è stata scelto dal regista Denis Villeneuve come una delle location dell’atteso sequel del film
L’ingresso alla cappella con il caratteristico portale a omega. Sul fondo, le porte in profili metallici e cemento bianco rimandano a elementi tradizionali della cultura giapponese.
Il Memoriale Brion è uno dei più celebri lavori di Carlo Scarpa. Dall’architettura avveniristica, è stato scelto dal regista Denis Villeneuve come location per l’attesissimo sequel del film Dune.
Dettaglio delle aperture della cappella, serramenti con telaio a scomparsa.
La storia del Memoriale: un’atto d’amore
luoghi, come il Memoriale Brion, che nascono già per loro vocazione con un’eco spirituale potente. Ma pochissimi riescono a coniugare questa essenza con il paesaggio “rustico” in un luogo sereno di quiete e armonia architettura, simbolismo e rimandi a culture lontane.
Ma facciamo un passo indietro. Il Memoriale Brion venne costruito tra il 1970 e il 1978 da Carlo Scarpa, architetto all’apice del successo internazionale, su commissione di Onorina Brion per commemorare il marito Giuseppe, fondatore della celebre azienda Brionvega, appena scomparso. Due opzioni furono date a Scarpa: il sontuoso cimitero monumentale di Milano o il piccolo cimitero di campagna di San Vito d’Altivole, paese originario del defunto. La scelta dell’architetto fu immediata: le colline del Veneto avrebbero conferito all’opera quel senso di domesticità che nel denso contesto milanese sarebbe rimasto inevitabilmente estraneo.
I riflessi nella vasca d’acqua che circonda la cappella. Dal 2022 è un bene del FAI. Oggi, al termine di un appassionato restauro voluto dai familiari, il Memoriale Brion, capolavoro del maestro, è tornato a risplendere, che ha ricevuto il suo settantesimo bene grazie alla lungimirante donazione dei figli, Ennio e Donatella Brion, apre gratuitamente il Memoriale al pubblico. «Le priorità della Fondazione nei confronti del complesso sono la manutenzione, la gestione e la valorizzazione di questo monumento dell’architettura del ’900. Dobbiamo occuparci di preservarne il genius loci, che è un valore immateriale preziosissimo», racconta Francesca Turati, architetto dell’ufficio Restauro e Conservazione del FAI. Ed effettivamente qui ogni centimetro di ha un valore quasi scultoreo, plastico, che va molto oltre la matericità del supporto per raccontare una storia più profonda.
Carlo Scarpa vuole portare il visitatore in una dimensione che è altro rispetto a quella terrena. Una spiritualità che è intrinseca nel luogo, ma che rimanda a mondi lontani, che si riflette negli specchi d’acqua, che passa per le superfici ora scabre e ora lucide dei rivestimenti, impreziositi dalle elegantissime tessere in vetro di Murano.
In dettaglio, la parte terminale dei propilei. Il muro in cemento armato è arricchito con tessere musive in vetro di Murano e profili in muntz metal.
Un’eterna fonte d’ispirazione. Una fusione di rimandi simbolici che non poté non affascinare anche il metodico Franco Albini.
Guido Pietropoli, architetto, allievo e collaboratore di Scarpa, nonché autore del recente restauro, ricorda che Albini in visita al cantiere di Altivole finì per ammettere: «Purtroppo io sono ancora troppo ingegnere, non sarei mai stato in grado di fare un’architettura come questa».
Riproponendo il senso di percorrenza originario, il visitatore sarà invitato a solcare i propilei, ad attraversare il piccolo cimitero di campagna, volgendo lo sguardo da Occidente a Oriente, quasi a ripercorrere in senso inverso la parabola della vita.
E in effetti, Pietropoli ci fa osservare come l’intero Memoriale sia stato immaginato al pari di «un itinerario corporale di meditazione», dove convivono le molteplici dimensioni visiva, tattile e perfino sonora
L’ingresso alla cappella con il caratteristico portale a omega. Sul fondo, le porte in profili metallici e cemento bianco rimandano a elementi tradizionali della cultura giapponese.
Colpisce l’acutezza con cui Scarpa sia stato capace di far dialogare tradizione e innovazione, artigianato e modernità dei processi costruttivi, esprimendosi sempre con il linguaggio proprio della sua epoca.
Si nota allora che il restauro di Pietropoli ha saputo far riemergere quella cura spietata del particolare, che si dichiara attraverso i muri in calcestruzzo, che tornano a mostrare quel profilo rugoso ottenuto dai casseri di abete non piallato; attraverso l’accurato ripristino delle tessere musive dal gusto decisamente bizantino oppure ancora attraverso il parziale rifacimento del padiglioncino sull’acqua, dove l’alternanza di legni grezzi e plywood dorato, insieme alla componente arborea, rimandano a una spiritualità tutta nipponica
L’arcosolio con le tombe di Rina e Giuseppe Brion.
Le fasi del restauro
il restauro ha richiamato in gioco anche i vecchi artigiani. Paolo Zanon, fabbro veneziano, che con Scarpa ha realizzato tra gli altri il negozio Olivetti e la Fondazione Querini Stampalia, racconta che «tutti gli ottoni originali sono stati lucidati e solo quando necessario rifatti, seguendo al dettaglio i disegni del professore. Era molto bello lavorare con lui, perché pezzo per pezzo si costruiva a più fasi l’insieme». Anche Capovilla, falegname e costruttore del padiglioncino sull’acqua, racconta: «Abbiamo recuperato gli originali del professore, che lavorava sempre in scala 1:10 e che quando non capivamo realizzava immediatamente schizzi al vero in carboncino».
Gli specchi d’acqua nei pressi del tempietto riflettono le ricercate geometrie dei cementi armati.
Il 30 novembre 1978 una semplice cassa in plywood marino arriva a San Vito dal Giappone. Dentro, avvolto in un kimono viola, riposa l’architetto tragicamente scomparso. Curiosamente quella fu l’unica funzione religiosa a svolgersi nella tomba. E proprio qui trova pace anche Scarpa, sepolto in un angolo, quasi a non recare troppo disturbo, dentro al sarcofago disegnato dal figlio Tobia. Da quel momento muschio e licheni si sono impadroniti delle strutture. Oggi, dopo circa dieci anni di lavori e minuziose restituzioni materiche, è finalmente possibile tornare a visitare il monumento, pienamente rinato nella sua originaria bellezza
Il muro di confine in cemento armato con tessere musive nei pressi del padiglioncino sull’acqua. I vetri di Murano profilano la linea dell’orizzonte verso la campagna al di là del perimetro di cinta.
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