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Questa villa in Marocco è un’astronave di cemento nero in mezzo alla campagna, nata da una sperimentazione tra architettura tradizionale araba e suggestioni giapponesi
Nella campagna marocchina, a poca distanza dalla città di Marrakech, lo studio Hus inventa un volume di cemento nero sospeso su quattro giardini.
Il living è composto da un salotto principale con un grande divano su misura. A destra, piccola zona conversazione con divano Soriana di Afra e Tobia Scarpa (Cassina) e Thinking Man’s Chair di Jasper Morrison (Cappellini). Conversation pit rivestito in zellige nero. Foto Lorenzo Piovella
Una villa in Marocco sospesa su quattro giardini alle porte di Marrakech. Il suo nome è evocativo prima ancora che didascalico: Villa des quatre jardins, poco fuori dall’abitato di Marrakech ma già in un altrove rurale e particolarmente e sorprendentemente verde. È quello che dichiara: un edificio circondato da quattro giardini come nella tradizione araba, ma interpretati secondo la funzionalità. Un bosco, spazio più selvaggio, un uliveto, un frutteto dove la natura è controllata, e un giardino islamico geometricamente composto, in cui l’acqua della fontana è stata sostituita da quella di una piscina, nascono dall’intersezione di due muri, che li attraversano e li raccordano alla casa, anch’essa generata da quegli stessi muri.
Nell’ampia camera da letto trova posto una vasca quadrata rivestita esternamente in bejmat e internamente in tadelakt blu. Foto Lorenzo Piovella
Il ruolo della natura nella tradizione architettonica araba
«Alla base del nostro progetto c’è la tradizione architettonica araba del recinto, che contiene e protegge al suo interno ciò che non è natura selvaggia», dice Francesco Borromeo, che insieme a Maria Cagnoli ed Emilio Trevisiol, ovvero il giovane studio Hus (32 anni a testa), ha disegnato la villa come un’astronave in cemento nero in mezzo alla campagna marocchina.
Le mura di cinta che separano i quattro giardini si estendono dal centro della villa fino ai confini del lotto. Dal terrazzo sul tetto la vista si apre fino alla catena montuosa dell’Atlante.
Foto Lorenzo Piovella
«L’architettura tradizionale islamica ha una relazione diretta con l’archetipo e la funzione del recinto: ogni nuova costruzione inizia con il muro esterno. È una necessità, perché nella campagna le greggi pascolano libere, ma anche un approccio filosofico: all’interno della natura controllata l’uomo può trovare il proprio rapporto con la terra. L’idea principale della villa nasce proprio dal principio primordiale di chiusura, di creazione di un ambiente protetto. Il muro è l’elemento che permette questa azione, da cui si crea lo spazio».
Nella zona pranzo, il tavolo su disegno ricalca le geometrie della villa. Sedie Golem di Vico Magistretti vintage (1968).
Foto Lorenzo Piovella
I volumi della casa ispirati alle architetture giapponesi
In questa assonanza concettuale, però, i volumi dell’edificio sembrano un’anomalia architettonica: «Volevamo staccarci completamente dai riferimenti locali, ispirandoci alle architetture giapponesi. E al contempo creare un’ombra che valorizzasse la luce che proviene dalle grandi vetrate, ma che potesse anche schermarla. Qui il sole è una presenza costante da considerare», spiega Trevisiol.
Nelle camere da letto, la cabina armadio e il bagno si aprono simmetricamente l’una sull’altro, punteggiati dalle lampade Dioscuri di Michele De Lucchi (Artemide).
Foto Lorenzo Piovella
Il letto è realizzato con testiera e giroletto in bejmat, sormontato da una lampada tradizionale marocchina. Foto Lorenzo Piovella
La divisione degli interni
Gli oltre 1.100 metri quadrati dell’interno sono divisi su quattro livelli (piano terra, primo piano, terrazza sul tetto e sotterraneo con spa, hammam e cinema), dove la zona giorno è un open space in cui si definiscono aree per la vita – cucina, pranzo, conversazione, relax – e quella notte, con sei camere da letto e altrettanti bagni, è un’oasi di tranquillità dove è fortissima la sensazione di trovarsi sospesi sul paesaggio, come funamboli.
Lo spazio circolare della spa dedicato all’hammam ha il pavimento in zellige, la seduta in marmo nero Marquina e il soffitto in tadelakt grigio. Foto Lorenzo Piovella
Gli arredi di questa villa in Marocco sono pezzi storia del design italiano. Gli spazi, dilatati, sono volontariamente lontani da ogni tentazione di saturazione: gli arredi sono un mix di creazioni su misura dello studio Hus e di storia del design italiano, dalle sedie Golem di Magistretti che circondano il tavolo da pranzo, fedele riproduzione in scala del tetto della casa sorretto dalle gambe - pilastro, al divano Soriana di Afra e Tobia Scarpa, al coffee table di Enzo Mari.
Il living è composto da un salotto principale con un grande divano su misura. A destra, piccola zona conversazione con divano Soriana di Afra e Tobia Scarpa (Cassina) e Thinking Man’s Chair di Jasper Morrison (Cappellini). Conversation pit rivestito in zellige nero. Foto Lorenzo Piovella
«Per i materiali, invece, abbiamo attinto alla tradizione locale, innalzando tadelakt, zellige e bejmat a coperture preziose e decorazioni, quali sono. La loro lavorazione artigianale, che in Marocco è abituale e considerata “povera”, da noi sarebbe un lusso folle: ogni tessera viene realizzata e posata a mano», spiega Cagnoli. Tradizionali anche i rivestimenti degli imbottiti, ma in versione inedita: «Abbiamo utilizzato tappeti marocchini, anche rovinati, come tessuti per divani, poltrone, testate dei letti», aggiunge Borromeo. Fuori, l’ettaro di terreno occupato dai quattro giardini si proietta verso le montagne dell’Atlante da una parte e verso Marrakech dall’altra. Prospettive lontane da assaporare nella calma sospesa di ciò che si trova al di qua del muro.
La struttura in cemento nero a vista si staglia tra gli ulivi secolari. Foto Lorenzo Piovella
«Alla base del progetto c’è la tradizione architettonica araba del recinto, che contiene e protegge ciò che non è natura selvaggia». Francesco Borromeo
Il volume centrale della villa è costituito dalla scala con le pareti in cemento nero. Foto Lorenzo Piovella
La tradizione marocchina permea l’intero spazio, dai pavimenti in bejmat alle pareti in tadelakt, fino agli elementi di arredo in legno intagliato.
Foto Lorenzo Piovella
Le vetrate si aprono verso i quattro giardini che danno il nome alla proprietà.
Foto Lorenzo Piovella
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